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Inognidove

12 Maggio 2020

Nel week end ho partecipato a un workshop di scrittura creativa tenuto da Lorenzo Naia meglio conosciuto come La Tata Maschio insieme a Marta Pavia prof di Instagram dove potete trovarla come Zuccaviolina. Mi sono iscritta perché volevo approfondire alcuni aspetti della scrittura che mi potessero aiutare a comunicare meglio qui sul blog e online sui miei canali social.

Sì, sono una di quelle che abita Instagram, mi piace molto fotografare. E come diceva giustamente Marta, durante il corso, tenere un Blog vuol dire anche avere un proprio contenitore dove raccontarsi e dove poter approfondire quello che in pillole si dice su un canale social. Soprattutto, non è detto che un giorno Zuckerberg non si svegli e decida di chiudere tutto e la nostra storia sarà andata persa.

Non sapevo bene cosa aspettarmi per quanto riguarda l’aspetto della scrittura perché sono sempre molto timida e cancello mille volte prima di cliccare sul tasto pubblica. Sto sempre attenta a quanto dico di me. Non sapevo come potessi far interagire la carta con il mio profilo. O meglio, mi rendevo conto che era tutto tanto didascalico e poco poetico, quantomeno come lo volevo io.

L’esercizio che abbiamo dovuto svolgere doveva legare una storia a una delle immagini scattate e quando mi sono riletta, zompettando tra le righe, ho sorriso.

Perché lo sto raccontando? Per costruire quel ponte necessario a farti entrare nel mio mondo.

Tutto torna a galla. Sempre.

Sono lì davanti lo specchio, mi guardo attorno. É cambiato tutto da quel pomeriggio di maggio ma in quel momento era come se il tempo non fosse passato.
La sedia con la seduta rotta, il plaid scozzese sullo schienale e un orso di pezza tutto rattoppato con una zampa a penzoloni. La macchina rossa con i pedali e quel comò con tanti di quei cassetti, grandi e piccoli, che anche la più numerosa famiglia di topini si sarebbe sentita in una reggia. Più mi vedo riflessa allo specchio e più ritrovo il Tuo sorriso più bello. Mi avvicino per toccarlo ma una folata di vento spalanca la finestra facendomi sobbalzare e riportandomi alla realtà. Ad oggi.
Ho un libro vecchio in mano “Anni verdi” è il titolo. Lo accarezzo. Sorrido, e decido di strapparne una pagina che farà da ponte quando vorremo ritrovarci. Inognidove  

Così sono entrata, e Ti faccio entrare, nella mia testa.

Ti conosco mascherina. Immagino la mia mente proprio come una soffitta piena zeppa di cose belle, di ricordi, di sogni e di quel pizzico di magia che i topini portano sempre nelle fiabe (adoro il sarto di Gloucester) e la foto che ho scelto per l’esercizio, e per questo post, per me era da subito la migliore tra tutte, quella che mi parlava; che stava già scrivendo una trama tutta sua. O forse mia. 

Il vissuto nel conflitto , attraverso i ponti come chiave di lettura.

Non a caso il ponte é di carta. La carta che manipolo regalando il più delle volte il sogno di una festa bellissima ai più piccini o che rende speciale momenti felici e importanti come una nascita o un matrimonio. 

La carta che si accarezza, si annusa, si sente. La carta che si racconta, la carta che si abita.

Oggi quel ponte tra me e l’immagine ha rimescolato le carte e mi ha messo di fronte a me stessa. 

Non so se provo più vergogna o più timidezza. Soggezione o stupore.  

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